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Marketing

Marketing interno o esternalizzato? Come decidere (con i numeri)

Daniele Gilio

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Prima o poi la domanda arriva sul tavolo di ogni CEO: continuiamo ad affidare il marketing a fornitori esterni o costruiamo un team interno? La risposta istintiva — “interno costa meno ed è più controllabile” — regge raramente alla prova dei numeri. E anche la risposta opposta, “l’agenzia sa fare tutto”, è una scorciatoia.

Quella tra marketing interno ed esternalizzato è una decisione di allocazione del capitale, e come tale va trattata: costi completi, scenari, KPI e rischio. Qui mettiamo in fila gli elementi per decidere, con dati reali.

Il vero costo di un team marketing interno

La RAL è solo la voce più visibile. Il costo completo di un’assunzione in ambito marketing comprende almeno quattro voci che nei business plan compaiono di rado:

  • Formazione continua. Piattaforme pubblicitarie, algoritmi, strumenti di intelligenza artificiale: il mestiere cambia di continuo. Un professionista che smette di aggiornarsi perde valore in fretta, e l’aggiornamento lo paga l’azienda — in corsi e in ore sottratte all’operatività.
  • Strumenti. CRM, marketing automation, suite SEO, piattaforme di analisi e di design: uno stack professionale ha canoni che un’agenzia ammortizza su decine di clienti, mentre un’azienda li sostiene per intero su un solo progetto.
  • Coordinamento. Qualcuno deve definire le priorità, valutare i risultati, decidere dove spostare il budget. Se quel qualcuno è il CEO, il costo è il suo tempo: spesso la voce più cara di tutte.
  • Turnover. I profili marketing cambiano lavoro con frequenza. Ogni uscita significa mesi di ricerca del sostituto, onboarding e conoscenza dei canali che se ne va insieme alla persona.

C’è poi un limite strutturale: il marketing oggi richiede almeno cinque mestieri diversi — strategia, advertising, SEO, contenuti, analisi dei dati — e nessuna singola figura li copre tutti a livello professionale. O si costruisce un team di più teste, o si accettano buchi di competenza proprio dove si gioca il risultato.

Cosa compri davvero da un partner esterno

Il corrispettivo di un’agenzia non paga ore: paga tre cose difficili da replicare internamente.

Competenze multiple, insieme. Su un progetto lavorano figure che, assunte, richiederebbero un organico intero: chi imposta la strategia, chi gestisce le campagne, chi cura SEO e contenuti, chi legge i dati. Le paghi in quota parte, per il tempo effettivamente necessario.

Metodo. Un partner che gestisce decine di progetti ha già commesso gli errori costosi su altri budget. Un esempio concreto: il costo per click su Google varia enormemente in base all’intento di ricerca. Secondo i dati Semrush per l’Italia, un click su “quanto costa google ads” costa in media 24 euro, uno su “linkedin ads” 11 euro, uno su “marketing industriale” 5,4 euro. Chi conosce queste dinamiche costruisce campagne su intenti sostenibili per il proprio modello di business; chi le ignora le impara spendendo. Su come impostare correttamente una campagna abbiamo pubblicato una guida alle campagne Google Ads.

Velocità. Un team esterno parte in settimane, con processi già rodati. E la competenza accorcia anche la strada del budget: per l’Hamburgheria di Eataly abbiamo raggiunto 150.000 persone in 15 giorni con una campagna Meta da 10 euro al giorno. Un risultato del genere dipende da quante volte hai già percorso quella strada, molto più che dalla cifra investita.

Interno o esterno: cosa conviene nei quattro scenari tipici

La scelta giusta dipende dal punto di partenza. Questi sono i quattro scenari che incontriamo più spesso, con l’assetto che nei numeri regge meglio.

1. Nessun marketing strutturato

L’azienda cresce con passaparola e rete commerciale; il marketing è episodico. Assumere ora significherebbe chiedere a una persona sola di costruire strategia e canali da zero, senza una guida. Conviene partire esternalizzando: un partner definisce posizionamento, canali e primi KPI, e in dodici mesi produce i dati su cui basare un’eventuale assunzione. Un percorso di questo tipo è quello del Notaio Bonomo: partito senza un presidio digitale strutturato, in 12 mesi il solo canale organico ha generato oltre 1.000 richieste e più di 70.000 euro.

2. Un junior interno che fa tutto

Lo scenario più comune nelle PMI: una risorsa giovane gestisce social, sito, newsletter e fornitori. Il rischio è che stia prendendo da sola decisioni strategiche — budget, canali, posizionamento — senza l’esperienza per valutarle. La soluzione più efficiente raramente è sostituirla, e nemmeno lasciarla sola: è affiancarle una direzione esterna. Il junior mantiene il presidio quotidiano e la conoscenza dell’azienda; il partner porta strategia, canali tecnici e formazione sul campo. Nel tempo la risorsa cresce, e l’azienda con lei.

3. Un team che esegue, senza strategia

C’è chi fa le campagne, chi produce contenuti, chi segue il sito. Manca chi risponde alla domanda “perché stiamo facendo questo?”. Il sintomo tipico: tanta attività, metriche di vanità in crescita, pipeline ferma. Qui l’acquisto giusto è la direzione: un consulente o un partner con ruolo strategico che definisca le priorità, colleghi le attività agli obiettivi di business e misuri i risultati. Su come scegliere questa figura — e su cosa deve fare concretamente — abbiamo scritto una guida dedicata alla consulenza di marketing.

4. Una struttura completa

Con un marketing manager e specialisti interni, l’esternalizzazione cambia natura: si comprano verticali che dentro non conviene mantenere — creatività per i picchi di lavoro, sviluppo, competenze emergenti — e un punto di vista indipendente. Un audit SEO periodico condotto da chi non gestisce il canale è l’esempio classico: un controllo di qualità che il team interno, per definizione, non può fare su sé stesso.

Il mix che funziona più spesso: direzione esterna, esecuzione mista

Nella pratica, la scelta migliore è raramente binaria. Il modello che vediamo funzionare più spesso nelle aziende strutturate è questo:

  • Direzione esterna: strategia, piano canali, allocazione del budget e KPI in mano a un partner senior, con un interlocutore unico verso il CEO.
  • Esecuzione mista: all’interno ciò che richiede presenza quotidiana e conoscenza del prodotto (contenuti di settore, relazioni commerciali, CRM); all’esterno ciò che richiede specializzazione tecnica (advertising, SEO, sviluppo, creatività).

Il vantaggio è doppio: niente costi fissi per competenze usate a intermittenza, e una regia unica che tiene i pezzi insieme. È il modello applicato con 8casa: brand, sito, app e SEO progettati come un ecosistema unico, con un risultato di +120% di lead. Con fornitori scollegati tra loro, quel livello di coerenza è quasi impossibile da ottenere.

È anche il modo in cui lavoriamo noi: ogni progetto in redmango parte dalla consulenza strategica, prima ancora di stabilire quali attività servano davvero.

I KPI da pretendere, dal team interno come dall’agenzia

Interno o esterno, il criterio di valutazione deve essere identico. Tre KPI su tutti, da mettere nero su bianco:

  1. Costo per lead qualificato. Quanto costa un contatto che il commerciale giudica lavorabile: un numero diverso, e più severo, del costo per click o del costo per lead generico. È il KPI che collega la spesa di marketing al fatturato, ed è il cuore di qualsiasi progetto di lead generation B2B.
  2. Pipeline generata. Il valore in euro delle opportunità commerciali aperte grazie al marketing. È il KPI che distingue chi produce attività da chi produce business: se il report mensile parla di impression e follower ma tace sulla pipeline, il problema di misurazione viene prima ancora di quello dei risultati.
  3. Tempo di risposta. Quanto passa tra l’arrivo di un lead e il primo contatto. È un KPI di confine tra marketing e vendite, e per questo entrambi tendono a dimenticarlo: peccato che gran parte del valore di un lead si giochi nelle prime ore.

Chi gestisce il tuo marketing — dipendente o partner — deve poterti mostrare questi tre numeri ogni mese, con lo storico. Se la risposta è “sono metriche difficili da tracciare”, quella risposta è già il problema.

Le domande da fare a un’agenzia prima di firmare

Se la valutazione porta verso l’esterno, la qualità del rapporto si decide prima della firma. Sei domande che filtrano i partner seri:

  1. Chi lavorerà davvero sul mio progetto? Nomi, ruoli e seniority. Se a vendere è un senior e a eseguire sarà qualcun altro, è meglio saperlo subito.
  2. Quali KPI riporterete, e con che frequenza? Se la proposta di reporting ruota attorno a reach e like, torna al paragrafo precedente.
  3. Di chi saranno account e dati? Account pubblicitari, analytics, sito e CRM devono essere intestati all’azienda. Un partner che li tiene a proprio nome sta creando una dipendenza che pagherai al momento dell’uscita.
  4. Come si esce dal contratto? Preavviso, passaggio di consegne, consegna di accessi e documentazione. Le condizioni di uscita dicono molto sulla fiducia che l’agenzia ha nel proprio lavoro.
  5. Potete mostrarmi un caso comparabile, con i numeri? Contano risultati misurati su aziende simili per settore o modello di vendita, con metriche di business e orizzonte temporale dichiarato.
  6. Come deciderete dove allocare il budget tra i canali? La risposta credibile contiene le parole “test” e “dati”. Diffida di chi propone il canale che vende meglio, a prescindere dal tuo mercato.

Domande frequenti

Quanto budget serve per ottenere risultati dal marketing?

Dipende dal canale e dall’intento più che dalla cifra assoluta. I dati Semrush sui costi per click in Italia lo mostrano bene: a parità di piattaforma si passa dai 4,7 euro di “aumentare vendite ecommerce” ai 24 euro di “quanto costa google ads”. E su altri canali la leva è la competenza: per l’Hamburgheria di Eataly sono bastati 10 euro al giorno su Meta per raggiungere 150.000 persone in 15 giorni. Il punto di partenza corretto è il costo per lead qualificato sostenibile per il tuo modello di business: è da lì che si deriva il budget.

Meglio assumere un marketing manager o affidarsi a un’agenzia?

Dipende dallo scenario di partenza. Se il marketing è destrutturato o presidiato da una sola risorsa junior, la direzione esterna è quasi sempre più efficiente: porta subito competenze multiple e produce i dati su cui basare le assunzioni future. Se esiste già una struttura completa, l’esterno serve per i verticali specialistici e per il punto di vista indipendente. In molti casi l’assetto più solido è misto: regia strategica esterna, esecuzione divisa in base alle competenze.

Ogni quanto vanno misurati i KPI di marketing?

Report mensile su costo per lead qualificato, pipeline generata e tempo di risposta; revisione strategica trimestrale in cui si decide dove spostare il budget. Attenzione però agli orizzonti diversi dei canali: l’advertising produce dati in settimane, la SEO in mesi. Giudicarli con lo stesso metro porta a decisioni sbagliate.

Interno, esterno o mix: decidiamolo sui tuoi numeri

Se stai valutando come strutturare il marketing della tua azienda, il modo più rapido per decidere è guardare i numeri con chi lo fa di mestiere: canali attuali, costi completi, potenziale reale del tuo mercato. Richiedi una valutazione strategica gratuita: analizziamo la tua situazione e ti diciamo, dati alla mano, quale assetto conviene — anche se la conclusione fosse “assumi”. Oppure chiamaci: +39 011 044 82 91.

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