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Local SEO: cos’è e come funziona per farsi trovare in zona

Daniele Gilio

Local SEO: cos’è e come funziona per farsi trovare in zona

Quando qualcuno cerca un poliambulatorio, uno studio notarile o un centro di assistenza tecnica, Google dà per scontato che gli serva qualcuno vicino. Prima dei risultati classici mostra una mappa con alcune attività della zona, di solito tre, e spesso la scelta si fa lì, prima ancora di aprire un sito.

La local SEO, o SEO locale, è il lavoro che decide quale azienda compare in quella mappa e nei risultati subito sotto. Questa guida è per chi dirige aziende e studi che lavorano su un territorio, con una sede, più filiali o un’area coperta dai propri tecnici. Spiega come Google sceglie chi mostrare, cosa pesa davvero e dove si perde visibilità senza accorgersene.

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Cos’è la local SEO e in cosa è diversa dalla SEO classica

La SEO classica guarda alle ricerche in cui il luogo non conta: chi cerca «come si calcola il TFR» vuole la risposta migliore, non la più vicina. La local SEO lavora su quelle in cui il luogo fa parte della domanda, detto o sottinteso. Le ricerche locali sono di tre tipi:

  • con il luogo esplicito, come «concessionaria auto Torino» o «noleggio gru Moncalieri»;
  • con «vicino a me» o formule simili;
  • senza alcun riferimento ma con un intento locale, come chi cerca «laboratorio analisi» dal telefono e vede i laboratori della sua zona.

Per queste ricerche Google mostra in cima il local pack, cioè la mappa con le schede delle attività, e sotto i risultati organici. Sono classifiche collegate ma distinte. La prima si basa soprattutto sul profilo dell’attività, la seconda sulle pagine del sito.

Per un’azienda che lavora in un raggio definito, chi la cerca in zona spesso sa già di cosa ha bisogno e sta scegliendo a chi rivolgersi. Restare fuori dal local pack significa lasciare quella scelta a un concorrente, spesso non migliore, solo più curato online.

Non è una disciplina a parte. Le basi restano quelle del posizionamento SEO, cioè un sito tecnicamente sano, contenuti che rispondono alle domande e link da fonti autorevoli. Quando invece l’azienda vende in tutta Italia e a mancare è la visibilità del sito nel suo complesso, il lavoro riguarda l’intero sito ed è il campo della consulenza SEO.

Il local pack: come Google decide chi mostrare

Google dichiara i tre criteri con cui ordina i risultati locali: pertinenza, distanza e prominenza. Il peso di ciascuno cambia da ricerca a ricerca.

Pertinenza

È quanto la scheda corrisponde a ciò che l’utente cerca, in base a categoria, servizi, descrizione e contenuti del sito collegato.

Distanza

È quanto l’attività è vicina al luogo indicato nella ricerca o, se non ne è indicato nessuno, alla posizione di chi cerca. È l’unico criterio su cui non si interviene, e spiega perché la stessa ricerca fatta a pochi isolati di distanza restituisce schede diverse.

Prominenza

È quanto l’attività è conosciuta e considerata. Google la ricava da ciò che trova sul web (il numero e la valutazione delle recensioni, le citazioni, gli articoli, i link) e dalla posizione del sito nei risultati organici. È il punto in cui local SEO e SEO classica si toccano, perché un sito che si posiziona bene rafforza anche la scheda.

La distanza non si sceglie, la pertinenza si imposta, la prominenza si costruisce nel tempo. Ed è la prominenza a separare chi compare in tutta la zona da chi compare solo vicino alla sede.

Google Business Profile: la scheda che lavora prima del sito

Il profilo dell’attività su Google, l’ex Google My Business, è la scheda che compare nel local pack e su Google Maps. Senza profilo, lì non si compare.

Nome e categorie

Il nome deve essere quello che l’azienda usa nel mondo reale, sull’insegna e sui documenti. Aggiungere città o parole chiave («Poliambulatorio Rossi – Visite specialistiche Torino») viola le linee guida. Può funzionare per un po’, poi arriva la segnalazione di un concorrente e la scheda rischia la sospensione.

La categoria principale è il segnale di pertinenza più forte fra quelli che si controllano direttamente: con quella sbagliata, la scheda resta fuori da ricerche per cui l’azienda sarebbe la risposta giusta. Va scelta la categoria che descrive l’attività prevalente, e le secondarie coprono il resto. Le categorie dei concorrenti che compaiono nel pack mostrano come Google legge il settore.

Indirizzo o area di servizio

Chi riceve i clienti in sede mostra l’indirizzo. Chi lavora presso il cliente, come l’assistenza tecnica o la manutenzione degli impianti per le aziende, e in sede non riceve nessuno deve nascondere l’indirizzo e indicare le zone servite. Chi fa entrambe le cose può mostrare l’indirizzo e l’area di servizio insieme.

Nella pratica la vicinanza continua a pesare a partire dalla sede anche con un’area di servizio, e indicare mezzo Piemonte non porta la scheda nel pack di città lontane. Un ufficio virtuale o un indirizzo di comodo non danno diritto a una scheda, e i profili aperti così rischiano la rimozione.

Foto, servizi, orari e descrizione

Le foto reali della sede, delle persone e dei lavori finiti servono a chi deve scegliere; quelle di repertorio no. Servizi e prodotti vanno compilati con le parole dei clienti, orari e recapiti vanno tenuti aggiornati. La descrizione non ammette link né promozioni e serve a dire cosa fa l’azienda e per chi.

Il profilo va ricontrollato con regolarità, perché Google può aggiornare le informazioni sulla base dei suggerimenti degli utenti, e un telefono modificato da terzi costa contatti finché nessuno se ne accorge.

Post e aggiornamenti

Il profilo permette di pubblicare aggiornamenti, offerte ed eventi. L’effetto diretto sul posizionamento è discusso, quello su chi guarda la scheda molto meno. Conviene usarli quando cambia davvero qualcosa, come un nuovo servizio, una nuova sede o un evento.

Recensioni: come chiederle e cosa non fare

Le recensioni pesano due volte: sulla prominenza, per Google, e sulla decisione, per chi legge. Contano il numero, la valutazione, la continuità con cui arrivano e il contenuto. Una recensione che racconta il servizio ricevuto dice molto più di cinque stelle senza testo.

Come chiederle

Il metodo che funziona è il meno brillante: chiedere a tutti, sempre, nel momento giusto. In un’azienda strutturata la richiesta entra nel processo, con l’email dopo la chiusura di una pratica, il messaggio dopo un intervento tecnico o il QR code sul rapporto di lavoro e con il link diretto al modulo di recensione del profilo. Le campagne una tantum producono un picco e poi il silenzio; un flusso costante tiene la scheda viva.

Non serve suggerire cosa scrivere. Chiedere di citare servizi o città produce recensioni costruite a tavolino, e chi le legge se ne accorge.

Rispondere, anche alle negative

Rispondere a tutte le recensioni mostra che dall’altra parte c’è qualcuno. Alle negative si risponde pensando ai prossimi clienti, non a chi si è lamentato. Nei settori regolati, come la sanità e gli studi legali, serve attenzione in più alla riservatezza, perché anche confermare che una persona è un paziente o un cliente può voler dire rivelare un’informazione riservata.

Cosa non fare

  • Comprare o scrivere recensioni false, anche tramite dipendenti o conoscenti. Oltre a violare le norme di Google, per la normativa sui consumatori è una pratica commerciale scorretta.
  • Offrire incentivi in cambio di una recensione, che siano sconti, omaggi o estrazioni.
  • Filtrare in anticipo, chiedendo prima «sei soddisfatto?» e mandando su Google solo chi risponde di sì. Google vieta esplicitamente di sollecitare solo le recensioni positive.

Le recensioni false lasciate da altri si segnalano dallo strumento di gestione delle recensioni.

Citazioni NAP: perché la coerenza dei dati conta ancora

NAP sta per nome, indirizzo e telefono (name, address, phone). Le citazioni sono i punti del web in cui questi dati compaiono, come directory generaliste e di settore, Apple Maps e Bing Places, portali di categoria, associazioni e profili social.

Come segnale di posizionamento, per buona parte degli addetti ai lavori pesano meno di qualche anno fa. Restano però uno dei modi in cui Google verifica che un’attività esista dove dice di essere, e i dati incoerenti creano problemi concreti, come schede duplicate, numeri dismessi o l’indirizzo di una sede chiusa che resta sulle mappe.

La coerenza salta quasi sempre in momenti prevedibili:

  • un trasloco di sede, aggiornato sul sito e sul profilo ma non nelle directory;
  • un cambio di ragione sociale o di marchio, una sede aperta o chiusa;
  • un numero di call tracking inserito nella scheda come principale cancellando il numero storico, invece di spostare quest’ultimo fra i numeri aggiuntivi.

La verifica si fa una volta con metodo (elenco delle citazioni, correzione, chiusura dei duplicati) e poi si ripete a ogni cambiamento.

Pagine locali sul sito: quando aiutano e quando diventano doorway

Il profilo porta nel local pack; le pagine del sito competono nei risultati organici e danno al profilo una destinazione che converte. Qui si commette l’errore più diffuso della local SEO: una pagina per ogni città dell’area, tutte uguali tranne il nome del comune.

Cosa rende utile una pagina locale

Una pagina locale funziona quando contiene qualcosa che vale solo per quel luogo:

  • una presenza reale: la sede, la filiale, il team o i tecnici che coprono quella zona;
  • informazioni pratiche: come arrivare, orari e servizi disponibili in quella sede;
  • il contesto: esigenze, regole o caratteristiche del mercato locale che cambiano il modo in cui si lavora;
  • prove della zona: progetti, clienti e recensioni legati a quella sede;
  • dati coerenti: nome, indirizzo e telefono identici a quelli del profilo, con i dati strutturati LocalBusiness.

Il profilo di ogni sede dovrebbe puntare alla pagina di quella sede, non alla home. Quanto alle città in cui non c’è una sede, una pagina dedicata è legittima se l’azienda lavora davvero lì e lo dichiara con onestà. Diventa un problema quando lascia intendere un ufficio che non esiste.

Perché le pagine città quasi identiche vengono filtrate

Le norme antispam di Google chiamano doorway le pagine create per posizionarsi su ricerche specifiche e simili fra loro. Per l’utente il danno è doppio: trova nei risultati tante pagine quasi uguali che lo portano alla stessa destinazione, oppure passa da pagine intermedie meno utili della destinazione finale. Fra gli esempi che Google cita ci sono proprio le pagine rivolte a singole città o regioni che convogliano tutte verso un’unica pagina.

  1. Duplicazione. Se dieci pagine dicono la stessa cosa, Google ne sceglie una e mette da parte le altre, che in Search Console finiscono fra le pagine scansionate ma non indicizzate o fra i duplicati per cui Google ha scelto un’altra pagina canonica.
  2. Segnale di manipolazione. Se lo schema si ripete su decine o centinaia di pagine, i sistemi antispam possono declassare la sezione o l’intero sito, e nei casi evidenti arriva un’azione manuale.
  3. Nessun valore per chi arriva. Una pagina in cui cambia solo il nome del comune non risponde meglio di quella generica. Google non ha motivo di preferirla, e l’utente che ci atterra torna ai risultati.

Un controllo rapido consiste nel sostituire il nome della città con quello di un’altra. Se la pagina resta vera parola per parola, è un campanello d’allarme, e con buona probabilità Google la tratta come una doorway.

Aziende con più sedi

Per chi ha più sedi la struttura è lineare: un profilo per ogni sede reale, una pagina per ogni sede sul sito, una pagina che le elenca tutte. Il limite spesso è tecnico, perché un sito in cui ogni nuova sede richiede lo sviluppatore rende costosa ogni apertura. Poter aggiungere una sede in autonomia è un requisito da mettere nel brief quando si affida la realizzazione del sito aziendale.

Come si misura la local SEO

La visibilità locale si legge su quattro livelli, e solo l’ultimo interessa davvero a chi deve decidere.

  1. Il rendimento del profilo. Il pannello del profilo mostra le ricerche con cui è stato trovato, le visualizzazioni e le interazioni, cioè chiamate, richieste di indicazioni stradali e clic verso il sito.
  2. Il traffico dal profilo al sito. Il link al sito nella scheda va marcato con i parametri UTM. Senza, in Google Analytics quelle visite si confondono con il traffico organico.
  3. La posizione nella zona. Nel local pack la posizione cambia a seconda di dove si trova chi cerca, e un controllo fatto dall’ufficio dice poco. Servono rilevazioni su una griglia di punti dell’area, ripetute nel tempo.
  4. I contatti. Chiamate, moduli e richieste di preventivo vanno tracciati fino alla fonte. Le visualizzazioni del profilo non firmano contratti. Il dato su cui si decide è quante richieste arrivano dalla ricerca locale e quanto valgono.

Per le pagine locali il riferimento resta Search Console, con query e clic per ciascuna pagina e il report sull’indicizzazione per verificare che non finiscano fra i duplicati.

Da dove partire

L’ordine conta. Prima i dati, cioè profilo verificato, categorie corrette e NAP coerente ovunque. Poi le recensioni, organizzate come un processo continuo. Poi le pagine locali, solo dove c’è qualcosa di vero da raccontare. Le parole da presidiare in ciascuna zona si scelgono con un’analisi delle keyword sui volumi di ricerca reali.

La misurazione va impostata dal primo giorno. Senza, non si saprà quale intervento ha portato richieste, e ogni decisione successiva sarà un’opinione.

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